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"IL GIARDINO VITATO PIU' BELLO D'EUROPA" C. Battisti 1905
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Età romana: i siti del Giontec e di Drei Canè

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L’insediamento d’età romana del Giontec, scoperto nell’ottobre del 1993, si estendeva su una superficie di oltre quattromila metri quadrati. Le ricerche archeologiche condotte fino al giugno 1995 hanno consentito di ricostruire la storia di quest’esteso abitato, databile tra il I e il VI secolo d.C., che si snoda attraverso successive fasi di sviluppo, di espansione, di contrazione e di abbandono.

Le prime tracce della presenza umana si riferiscono alla costruzione e all’uso di una strada con un orientamento sud-ovest/nord-est. Di questa importante via, larga circa 2,60 metri, sono stati rinvenuti cinque livelli stradali, alcuni dei quali conservano ancora le impronte delle ruote dei carri che vi circolavano. In questa prima fase, databile al I secolo d.C., lungo la strada sono presenti solamente delle palizzate di legno per delimitare singoli appezzamenti. Nel versante a nord viene realizzato un poderoso muro di terrazzamento che con ogni probabilità serve allo sfruttamento agricolo del terreno. Alla strada principale si collega una strada secondaria.

Nell’area del Giontec il primo nucleo abitativo sorge intorno alla prima metà del II secolo d.C.. Si osserva l’uso contemporaneo della malta, per le strutture murarie, e del legno. Le case sono seminterrate con i pavimenti in terra battuta. Gli edifici risultano solitamente abbastanza distanziati. La struttura delle abitazioni è ancora piuttosto semplice: due locali non molto grandi, in uno dei quali si trova una piccola dispensa interrata e nell’altro un focolare costituito da un semplice piano di cottura in terra battuta steso su una preparazione di pietre. Si riconoscono anche edifici di tipo non abitativo. Particolare interesse rivestono due strutture infossate, che dovevano costituire parte di un più complesso sistema tecnologico azionato da energia idraulica generata da un corso d’acqua che correva non lontano dall’abitato.

Intorno alla seconda metà del III secolo d.C. si verificano notevoli cambiamenti. In questo momento avviene la massima espansione dell’abitato, che mantiene tuttavia come asse di sviluppo la direttrice viaria principale. Si registra una forte innovazione nella tecnica edilizia, e l’adozione massiccia della malta di calce permette di abbandonare l’uso delle strutture di sostegno in legno. I pavimenti delle case, talvolta realizzati in malta, non sono più seminterrati ma si trovano alla stessa quota dei piani esterni. Tra un vano e l’altro e tra l’interno e l’esterno delle case sono state rinvenute numerose soglie in pietra recanti ancora i segni dello sfregamento della porta. Sono ancora presenti focolari di tipo domestico. Appartiene a questa fase un vano con sistema di riscaldamento ad aria calda (ipocausto). Inoltre si riconoscono ancora strutture di tipo produttivo o di trasformazione. Infatti, sono stati individuati i resti di forni utilizzati per l’essicazione o per l’affumicazione.

Con la fine del IV secolo d.C. prende avvio una generale contrazione urbana e un lento declino dell’abitato. La tecnica edilizia ritorna ad essere piuttosto scadente con l’impiego di muri a secco, di piani pavimentali in terra battuta, l’uso di focolari semplici e l’utilizzo del legno. L’attività edilizia non porta alla costruzione di nuove case ma si limita alla risistemazione degli edifici esistenti. Si assiste in sostanza ad un generale impoverimento della comunità del Giontec. Potrebbe essere legata proprio questo momento di difficoltà l’inusuale presenza, in un terreno mai edificato in precedenza, di un’area funeraria che ospita più di venti sepolture. Queste sono in gran parte costituite da semplici fosse ma alcune sono realizzate alla “cappuccina”, cioè con struttura di tegoloni contrapposti a spiovente. I corredi funebri, piuttosto rari, sono rappresentati da elementi di vestiario o di ornamento personale.

A partire dal VI secolo d.C. l’abitato del Giontec si spopola quasi completamente. Le strutture esistenti subiscono un lento ma inesorabile degrado che causa il loro crollo. I materiali edilizi vengono asportati per essere riutilizzati nella costruzione di altri edifici in zone diverse. La strada principale mantiene intatta la sua funzionalità, nonostante il periodo di degrado. La strada del Giontec era un’importante arteria che doveva svolgere un ruolo di collegamento tra diversi nuclei abitati.

Alla fine del VI secolo un’alluvione di notevole portata del torrente Noce, evento non raro nella Piana Rotaliana, causa la distruzione di parte dell’abitato del Giontec e la copertura di quello che ne rimaneva con una spessa coltre di terreno alluvionale. Questo episodio calamitoso segna la fine e la scomparsa dell’abitato di età romana del Giontec, fino a quando gli strumenti degli archeologi non sono tornati per riportarlo alla luce. IL SITO DI DREI CANE’ Un contributo alla storia antica della Piana Rotaliana è giunto nel 1988, proprio e inaspettatamente dalla sua parte più bassa, tra il centro abitato di Mezzocorona e lo scalo ferroviario. L’aspetto complessivo originario era quello di una serie di edifici, addossati gli uni agli altri e affacciati su uno o più cortili, cui si accedeva da est tramite una strada sterrata, più volte riparata con apporti di ghiaia e sabbie. Nella costruzione delle case, complementari in termini di spazi residenziali e di servizio, vennero sfruttati al meglio i materiali reperibili direttamente sul posto, pietrame ciottoloso in primo luogo sommariamente sbozzato e messo in opera con della malta di calce. I muri, forniti di ridotte fondazioni, hanno una larghezza media di 50cm senza palesi differenze tra i perimetrali e le terrazze interne. Le soglie, che definiscono gli ingressi e l’articolazione dei collegamenti, sono dei monoliti in calcare ammonitici che, assente nella Piana Rotaliana, affiora nella serie litologica della conca di Trento. Nello stesso materiale sono pure alcune grate per finestra. Oltre che come legante nelle murature la malta di calce venne impiegata anche nella stesura dei battuti pavimentali, sebbene non mancano esempi di pavimenti più poveri in terra. Per le numerose distruzioni oggi non è facile riconoscere e definire l’esatta entità del complesso, originariamente esteso su una superficie di molto superiore ai 1000mq. Le monete rinvenute, tutte in bronzo, coprono un arco di tempo che dalla metà del II secolo raggiunge la metà del V secolo. Alcuni materiali indicano comunque un’età di nascita dell’insediamento più alta, retrodatata di alcuni decenni rispetto alle indicazioni numismatiche; in particolare si segnala la presenza di fibule, frequenti nel tratto centro-settentrionale della regione atesina tra il tardo primo e gli inizi del secondo secolo.

I dati più consistenti sono comunque quelli relativi alla tarda età romana (IV/V secolo). Oltre al maggior numero delle monete in questa fase si concentrano, per quantità e varietà, le suppellettili domestiche (vetri, ceramiche, pentole in pietra ollare). Al medesimo periodo si datano due sepolture di neonati, nati morti o feti quasi a termine, inumati sotto i pavimenti della casa, in prossimità delle pareti, secondo una tradizione ampiamente testimoniata nel territorio regionale in cui si colloca Mezzocorona.

Sul finire del V- inizi del VI secolo si registrano l’abbandono e il degrado, che sono graduali. Gli edifici vengono svuotati di tutti gli apparati. All’azione di spoglio segue il collasso dei ruderi su cui, da ultimo, si abbatte la forza distruttiva del Noce che, tracimato dal proprio alveo come molte altre volte di seguito, risparmia solo una parte dell’intera superficie un tempo occupata dalle costruzioni.

L’evento potrebbe avere qualche relazione con i mutamenti climatici ed i dissesti idrogeologici di cui è testimone Paolo Diacono verso il 587 d.C., anno in cui insistenti piogge cadute nel bacino dell’Adige ne provocarono lo straripamento che allagò Verona (Historia Longobardorum III, 23). Nella fertilità e nello sfruttamento agrario della Piana vanno ricercate le ragioni oggettive per le quali il complesso rinvenuto a Mezzocorona venne costruito. Analisi comparate indicano un ecosistema assai variegato ricostruibile sulla base di semi e di carboni, per lo più provenienti dall’uso dei focolari. La loro natura comprova lo sfruttamento intensivo dei campi, ma anche dell’habitat incolto. Tra le piante selvatiche sono attestate le conifere di media quota, latifoglie ad alto fusto o arbusti, come il sambuco e il nocciolo. Tra le coltivate vi sono le pomacee, il pesco, il noce e forse il ciliegio. Dagli orti provengono numerosi ortaggi. Dai campi invece frumento, orzo, segale e panico. Al processo di molitura si collegano i pezzi di un pestino in pietra a più cavità e le parti staccate di alcune macine rotanti manuali in porfido. Un particolare significato assume, soprattutto in relazione alla zona in cui si colloca il rinvenimento, il recupero di numerosi vinaccioli, inconfutabile testimonianza di una viticoltura destinata a perpetuarsi nel corso dei secoli. All’interno dell’antiquarium (il sito in questione che si trova nella proprietà delle Cantine MezzaCorona), accessibile al pubblico, sono esposte anche alcune lastre in calcare ammonitico e verdello, non strettamente pertinenti alle case ma recuperate nel 1932 sempre a Mezzocorona, durante i lavori della Cantina (ex cantina della Lega). Queste lastre, una cinquantina, si rivelarono direttamente legate ad una necropoli monumentale, di cui rendono le coperture, le pareti ed i fondi delle arche sepolcrali, un tempo fuoriterra prima di essere travolte e disarticolate da una piena del Noce. I pezzi esposti sono relativi al fondo e al coperchio di tre distinte tombe. Nulla è rimasto delle sovrastrutture. Il confronto con altri edifici dello stesso periodo e l’individuazione del piano d’appoggio per una scala interna portano comunque a ritenere possibile l’esistenza, almeno in una delle case, di un piano superiore, fors’anche totalmente in legno, legno che ritorna nell’orditura delle coperture. Lo indicano l’alto numero di chiodi rinvenuti nei crolli e la necessità di un sostegno per le tegole, di cui restano molti frammenti taluni con il marchio ARE.SOC, sigla della fornace in cui vennero prodotte.

BIBLIOGRAFIA Provincia Autonoma di Trento – Servizio beni Culturali – Ufficio beni Archeologici: Settemila anni di storia della Piana Rotaliana, Rovereto (Tn) 2002

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